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Sono innamorato delle mie origini rurali e alle volte mi faccio prendere dalla nostalgia, lo so. Ma non è questo il modo per guardare al futuro, nonostante lo spopolamento e i disastri ambientali. E se ci fosse la possibilità di valorizzare due cose che oggi molti vivono come problemi, come il territorio e l’immigrazione? Ho provato a districare un pensiero grezzo, ma speranzoso. Con una vecchia canzone nella testa.

 

S siamo come nani sulle spalle dei Giganti. Ma non i giganti che pensava Bernardo di Chartres, bensì il complesso anni ’60 che cantava “Mettete dei fiori nei vostri cannoni“. Loro sì che avevano capito tutto. Chiariamo però subito che con il loro ritornello gli allora giovini capelloni milanesi non invitavano i propri fan al consumo di spinelli (almeno non così sfacciatamente come potrebbe sembrare), ma, nell’età degli hippy, non facevano che invitare alla pace la comunità mondiale. Come si chiama la canzone in questione che I Giganti pubblicarono in un 45 giri nel 1967? I fan di Sarabanda l’avranno indovinata con una… per gli altri, la risposta è Proposta (la ricordate?).

Ed ecco la mia proposta: aiutiamo persone immigrate a stabilirsi e lavorare nelle nostre campagne abbandonate e lasciate allo sfascio del tempo. Altri immigrati? Altri rifugiati? Migranti? Clandestini? No, solo altre persone. Un tentativo di ghettizzazione? Ma figuriamoci! Se mai un modo per mescolare più proficuamente diverse culture dove minore è la concentrazione di abitanti.

Abbandonare le campagne e vivere nel passato

Parlando di macrotendenze e riferendomi in particolare a quei territori ultimamente più vessati dai rivolgimenti climatici come la Liguria (ma il discorso è estendibile a tutto lo stivale), ricordo che nel corso del ‘900 abbiamo abbandonato le nostre campagne, il nostro entroterra, i nostri monti, per scendere a valle, nelle frenetiche città, in cerca di lavoro e di comfort, con il risultato che la cura e la manutenzione del territorio sono passati in coda alla lista delle cose da fare. Oggi i paesini di campagna si spopolano, i pochi anziani che ci vivono stanno morendo, le nuove generazioni solo raramente considerano i posti d’origine dei propri nonni o genitori qualcosa di più che un luogo di villeggiatura, dove respirare aria buona per un paio di settimane all’anno, magari venendo inondati dai lontani ricordi dei tempi che furono. (A proposito, se volete fare una bella gita lontano dall’ambiente metropolitano, leggete qui). Ma per quanto si possa essere legati sentimentalmente a un luogo e per quanto possa insegnarci molto, vivere nel passato non fa mai bene, soprattutto quando nel presente ci sono impellenti problemi da risolvere: dissesto e spopolamento.

Immigrazione e cura del territorio

È un fatto, positivo o negativo che sia, che oggi da noi gli immigrati accettano di fare molti lavori che la maggior parte degli italiani rifiuta di svolgere. Questo perché in genere si emigra dal proprio paese povero o in guerra alla ricerca di una vita serena e con grande umiltà spesso si accetta qualsiasi tipo di lavoro pur di guadagnare cifre modeste, ma comunque inaccessibili nei rispettivi luoghi d’origine. Per questo, osservando anche la realtà lavorativa che mi circonda, ritengo che per salvare i nostri paesini di campagna o di montagna in via di spopolamento e le nostre valli bisognose di manutenzione e cura costante, gli immigrati siano oggi le persone più adatte. Specie se portatrici di cultura del lavoro. Conosco persone così e le ritengo un esempio per tutti i “campagnoli da vacanza”. Il nostro territorio non necessita soltanto di grandi opere per essere rimesso in buone condizioni di salute e per non costituire un pericolo costante per l’uomo, ma ha bisogno anche e soprattutto di piccole attenzioni che alle volte possono salvare delle vite.

alluvione-2011-esondazione-fereggiano-genovaI grandi fenomeni alluvionali a cui assistiamo con sempre maggiore frequenza, non sono che l’estrema conseguenza dell’incuria e talvolta della cattiva pianificazione urbanistica, la punta dell’iceberg fatto di un’infinità di campanelli d’allarme della natura che non vogliamo ascoltare. Oggi che un clima inaspettatamente tropicale, fatto di picchi di calore, lunghe siccità e poi improvvise bombe d’acqua che causano frane, allagamenti, smottamenti, crolli e anche morti, ha fatto venire i nodi al pettine, ovvero ha palesato la scellerata incuria del territorio da parte di cittadini e istituzioni nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo bisogno più che mai di tornare a occuparci della manutenzione delle nostre campagne. Noi ce ne siamo andati, le abbiamo abbandonate a loro stesse e ormai, se non a fronte di spese enormi per le quali i finanziamenti regionali, statali ed europei non arrivano mai se non dopo tragiche calamità, non ce ne occupiamo più, per il semplice fatto che la nostra vita si svolge altrove, nelle città. Una vita migliore o peggiore? Beh, de gustibus.

Dal dissesto del territorio a quello sociale

Molte persone arrivano in Italia alla ricerca di lavoro e contro di loro viene spesso obbiettato che il posto già manca per gli autoctoni, che in effetti emigrano anch’essi (ma sia chiaro, la nostra è solo una fuga di cervelli…). Escludendo quella piccola percentuale che delinque, chi arriva spesso non teme la fatica, se non ha addirittura con sé specifiche competenze tecniche e professionali (eh sì i cervelli esistono anche altrove, e la Merkel lo sa bene…). Competenze e volontà che se convogliate in aree specifiche potrebbero essere da sprone anche agli italiani per far rivivere le campagne e forse prevenire qualche disastro annunciato.

17c3e395db_4662643_medNon solo disastri ambientali, perché il dissesto è anche sociale. Per le località collinari o montane che non sono mete turistiche, dov’è non c’è più business, il futuro è fatto di lapidi nel cimitero, se ce ne sarà ancora uno (visto che anche le chiese arretrano). Per conservare i luoghi della nostra infanzia e per far sì che il loro futuro sia fatto invece di famiglie e bambini c’è bisogno di una nuova iniezione di vita, di vite.

Ve la sentireste nel vostro piccolo ad attivarvi per incentivare questo processo? Non sarete mica degli amici di Matteo, di quelli che tengono alla rigorosa omogeneità delle comunità? Sappiate che in molti casi, la comunità di cui vi ergete a custodi non esiste più, o è tenuta insieme da un sottile filo di ricordi comuni. E poi non vedete che attualmente affidiamo quasi unicamente agli stranieri le cose più care che abbiamo? I nostri genitori o nonni anziani o malati non sono forse accuditi (ove le finanze lo consentono) da assistenti straniere? Perché allora non affidare loro anche i luoghi a noi più cari? Oppure non sarete di quelli che tengono alla tradizione, alle radici? Le tradizioni si reinventano per comodità tutti i giorni e se mai sono gli alberi ad aver radici, mentre gli uomini hanno gambe per camminare, spostarsi, viaggiare ed emigrare per necessità come hanno sempre fatto nella loro storia di mescolanza e ibridazioni (M.A. docet).

Da problemi a risorse, i vantaggi del vivere in armonia con territorio e stranieri

Perché questa proposta grossolana? Mi piacerebbe semplicemente che fossero valorizzate come tali due risorse che invece oggi sono trattate come un problema: il nostro fragile territorio e gli stranieri che vivono qui o che verranno a viverci. Non voglio esporre a rischi loro piuttosto che noi, non solo perché non credo nella dicotomia loro/noi. Credo piuttosto che in alcune zone il rischio costante alla propria sicurezza sia già una realtà passivamente accettata, cosa che comunque non può fermare la vita, la speranza. Lo ripeto, vorrei che gli immigrati fossero valorizzati per quello che sono: una risorsa per il nostro paese. Risorse con una storia, un volto e buona volontà da ripagare con denaro e diritti. Lo so, per attuare quest’idea ci sarebbe bisogno di incentivare persone e famiglie a trasferirsi, di aiutarli a trovare casa e lavoro, di stringere accordi internazionali e di una forte spinta dalle istituzioni locali (allargando i cordoni della borsa). Senza contare la pianificazione dei piccoli grandi interventi per il territorio. Ma tutto questo non potrebbe comunque prescindere da un’altrettanto forte presa di coscienza della popolazione: i vantaggi del rispettare la natura e gli stranieri e vivere in armonia con entrambi ricadrebbero su tutti, anche sulle città.

Una proposta, la mia, che richiederebbe uno studio ben più circostanziato (magari partendo da qua, alla voce “L’immigrazione pone sfide …“), ma al momento non posso che esternare un’idea balenatami in una notte d’estate. Perché mi sono rotto di alluvioni, frane, discriminazioni e valli senza futuro. E perché mio papà ascoltava I Giganti. E pure a me alla fine non dispiacciono. Non suonerà bene come l’originale, ma: “Mettete degli stranieri nei nostri paesini“. Ne abbiamo bisogno.

Proposta: più stranieri nelle nostre campagne ultima modifica: 2015-09-29T18:42:01+00:00 da Alessandro Pucci