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Cosa succederebbe se una famiglia decidesse di vivere nei boschi americani al confine col Canada, crescendo i figli lontano dalla scuola e dalla società? In un mondo dove le idee sono sempre più sottoposte al profitto, Captain Fantastic appare come un grido di libertà che dovremmo ascoltare tutti.

Ho sempre sognato di avere una casa nel bosco. Intendo una dimora dove poter vivere in pianta stabile, non quattro assi di legno montate su un ramo. Prima di vedere Captain Fantastic non ci avevo mai pensato, ma il mio mondo ideale probabilmente è quello della pubblicità delle Gocciole. Ma poi, chi non si esalterebbe al pensiero di mollare tutto, andare a vivere in Amazzonia e poter finalmente pronunciare la madre di tutte le lamentele: “Questa giungla mi distrugge”.

Potrebbe essere il motto anche di Ben Cash (Viggo Mortensen), il protagonista del film. Ben ha deciso di portare moglie e sei figli lontano da ogni forma di civiltà, nei profondi boschi dello stato di Washington (che sta sopra l’Oregon, all’estremo nord della costa occidentale degli Stati Uniti). Caccia e agricoltura forniscono il cibo necessario, mentre i ragazzi sono sottoposti a un rigoroso allenamento fisico e mentale. Hanno già un fisico da atleti, sanno a memoria la costituzione americana e dibattono animatamente sul marxismo.

Il trailer di Captain Fantastic

Un quadretto che nella sua presentazione mi ha ricordato il campo scout di Moonrise Kingdom, forse a causa della locandina avevo già lo stato mentale adatto alla visione di un film di Wes Anderson. Che in realtà non c’entra moltissimo, se non per la tavolozza di colori e per certi sprazzi di satira particolarmente pungente (un esempio che non posso esimermi dallo spoilerare: i Cash non festeggiano il natale, ma il compleanno del filosofo Noam Chomsky, che culturalmente vale molto di più di un “personaggio di fantasia amato dai cristiani”).

Comunque, oggi si sa che i film “alla Wes” hanno un pubblico definito, che vola al cinema a prescindere dalla trama non appena vede un tizio un po’ strano con la barba e vestito come trent’anni fa, quindi me ne sto della scelta del poster. Anche perché sono il principale esponente di quel pubblico.

Almeno in partenza c’è quindi una certa atmosfera fiabesca. Questo però non è un film surreale fatto di campi lunghi che sembrano quadri. Captain Fantastic racconta il punto di rottura di un’utopia. È una critica alla società capitalistica. E una bellissima avventura su cosa significhi essere genitori.

La fine della repubblica di Platone

Captain Fantastic parla di una scelta di vita estrema. Quella di Ben, che ha preso la decisione di trasferirsi nei boschi quando sono peggiorate le condizioni della moglie Leslie, affetta da un disturbo bipolare, perché credeva nell’effetto benefico di un cambiamento così forte. Mi piace citare direttamente le parole di Leslie riportate a circa tre quarti del film attraverso una sua lettera.

“Qui è un paradiso, è la nostra repubblica di Platone. I nostri bambini saranno dei filosofi, e non so descrivere quanto questo mi renda felice. Starò bene qui nella foresta, perché siamo definiti dalle nostre azioni, non dalle parole”

La scelta di Ben e Leslie, in un momento di massima difficoltà, con la malattia che si fa sempre più invadente, è quella di ripartire da zero, di tracciare un solco indelebile con il passato, di tornare a interrogarsi sull’essenza delle cose. Ma a un prezzo carissimo: dover tornare, prima o poi, a confrontarsi con la società.

Dopo un breve primo atto di presentazione dello straordinario mondo dei Cash, che vivono nella foresta da ormai più di dieci anni, la narrazione comincia a descriverne il progressivo sgretolamento.

Il film presenta la famiglia senza Leslie, che ha lasciato la foresta da diversi mesi per essere ricoverata in ospedale. La notizia del suo suicidio spinge Ben ad affrontare il mondo reale, fatto di pericoli ed emozioni che i suoi figli non conoscono, ma di cui vogliono assolutamente sapere di più.

Sono proprio loro a convincere il padre a recarsi in città per far rispettare l’ultima volontà della madre, che seguendo la sue fede buddhista voleva essere cremata (contro il volere del padre ultra tradizionalista e cristiano, Jack). Il viaggio nella società moderna, che copre la maggior parte del minutaggio, spinge i figli a dubitare seriamente dei metodi educativi ricevuti fino a quel momento.

Il figlio maggiore Bodevan dà la stoccata decisiva all’utopia costruita dai suoi genitori. Rivela al padre di essersi iscritto segretamente e con l’aiuto della madre ai test d’ammissione per Harvard, Princeton e Yale, e di averli passati a pieni voti.

“Voglio solo andare all’università […] Io non sono niente. Sono un mostro per colpa tua. A meno che non sia scritto su un cazzo di libro, io del mondo non so assolutamente niente”

Ben, a questo punto, è costretto a riesaminare la propria filosofia di vita e, in maniera più dolorosa, la propria idea di genitore.

Papà Viggo

Il discorso si sposta sull’avventura interiore di Ben come genitore. Ha allevato i propri figli praticamente da solo. Ha dovuto farsi carico con coraggio di molte responsabilità in un momento estremamente delicato per la famiglia, ed è stato in grado di creare un mondo parallelo per i suoi figli.

Viggo Mortensen_Captain Fantastic

La prima cosa che ho pensato è stata: che cazzo ci fa Aragorn nel film più hipster dell’anno?

Captain Fantastic mostra il concetto in modo estremizzato e probabilmente irrealistico (e tanti saluti alle Gocciole), che però conosciamo molto bene, anzi lo conoscono i nostri genitori. Ben vorrebbe che i figli non lasciassero mai il suo mondo e l’identità che ha cercato disperatamente di trasmettergli, ma realizza che non possono essere esattamente come lui li vuole, devono trovare la loro strada.

Quando i nonni materni riescono ad ottenere la custodia dei nipoti, la sua prima reazione è una profonda sensazione di sconfitta. Ben considera di abbandonare i propri figli, nel momento decisamente più buio del film.

Ma niente paura, la riconciliazione è dietro l’angolo e si manifesta con un funerale pagano sulle note di Sweet Child O’ Mine, dopo aver profanato la tomba di Leslie: una scena di culto.

Ben accetta il compromesso, che si dice sempre stia alla base del matrimonio, ma secondo me in questa storia è ancora più calzante. Per i suoi figli, Ben ha fatto qualcosa di incredibile e inestimabile, ma per prendersi cura di loro deve necessariamente scendere a un compromesso e aprire una porta verso la vita “normale”. Bodevan parte per un viaggio solitario alla scoperta del mondo, mentre il resto della famiglia si trasferisce in una fattoria. I ragazzi iniziano a frequentare regolarmente la scuola.

Un grido di libertà

Captain Fantastic celebra un’emancipazione intellettuale, la forza delle idee e della cultura pura, senza l’ossessione del profitto e del prodotto. Questo messaggio è importante oggi più che mai, se pensiamo che, per esempio, la scuola superiore obbligherà i ragazzi a fare stage da Zara e McDonald’s, con il rischio che questo tipo di impostazione faccia crescere in loro solo la coscienza della necessità di adattarsi al mondo del lavoro, eliminando qualunque consapevolezza e spirito critico, come ha scritto Christian Raimo su Internazionale.

Alla fine del film, la vita utopistica dei Cash (ironia: i Cash, almeno all’inizio del film, vivono senza soldi) ne esce molto ridimensionata, ma rimane indelebile il suo messaggio più profondo. Se dovessimo trarre un insegnamento da questo film, che poi sarebbe il compito più intimo e importante del cinema, potrebbe essere questo: possiamo seguire la nostra personalissima strada verso la ricerca dei giusti valori. Possiamo chiuderci in un bosco, dove i cinguettii sono solo quelli degli animali, e se proprio dobbiamo fare qualcosa di inutile e dannoso anziché scrollare una bacheca possiamo al massimo scorticare un po’ di corteccia. Possiamo vivere lì, per poi tornare alla normalità.

Sarà uno schiaffo, ma ne sarà valsa la pena.

Captain Fantastic: il film più hipster dell’anno è un grido di libertà dall’ossessione del profitto ultima modifica: 2016-12-15T13:04:55+00:00 da Alessio Rocco