I Mondiali di calcio di Rio 2014 sono entrati nel vivo. YURY Magazine resta sul tema e vi racconta la tragica vicenda relativa al precedente Mondiale brasiliano del 1950, quando la sconfitta in finale della nazionale carioca causò, direttamente o indirettamente, circa 90 morti. La stampa locale la chiamò “La nostra Hiroshima”. Per non dimenticare  (che il calcio è solo un gioco).

Uno degli avvenimenti sportivi che ha colpito di più in assoluto l’immaginario collettivo riguardante il mondo dello sport in tutta la sua drammaticità è senz’altro il Mondiale tenutosi in Brasile nel 1950.

Dopo dodici anni dall’ultimo Campionato del mondo, nel 1950 la Fifa assegnò il Mondiale al Brasile. L’Europa era devastata dalla guerra ed era in corso l’opera di ricostruzione di un continente martoriato dalla morte e dalla distruzione causati dai bombardamenti.

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L’avvenimento sportivo prese il via sotto i migliori auspici possibili per la formazione verdeoro che passeggiava sul campo e sugli avversari, quasi del tutto impotenti contro la concretezza e la fantasia calcistica della nazione ospitante. La fiducia cieca di un intero paese si basava, oltre che sul fattore campo, anche sull’elevato tasso tecnico dei campioni a sua disposizione. Formidabili calciatori come Barbosa, Friaça, Zizinho, Jair, Chico e Ademir erano allenati, fin dal 1945, dall’ex-centrocampista del Flamengo Flávio Costa, che in poco tempo aveva plasmato una piccola macchina da guerra in grado di vincere a mani basse il Campeonato Sudamericano (il corrispettivo dell’attuale Coppa America).

Un’intera nazione flagellata dalla povertà e da enormi problemi di ordine sociale, appoggiava il proprio morale sui successi calcistici della propria nazionale. C’era un’intrinseca soddisfazione nel sentirsi brasiliani, nel vedere la propria rappresentativa di calcio demolire tutti gli avversari. Si era dunque formato una sorta di “cuscinetto sportivo” che attutiva i malesseri e i disagi della popolazione. Alla vigilia del Mondiale, così come durante tutto il suo svolgimento, anche la stessa stampa brasiliana non faceva che fomentare e favorire le speranze (per non dire certezze) di vittoria della squadra verde-oro.

Sulla prima pagina dell’edizione del 16 luglio (il giorno della finale contro l’Uruguay) del popolare quotidiano carioca “Diário do Rio” si leggeva: «O Brasil vencerá» (il Brasile vincerà) e «A Copa será nossa» (la Coppa sarà nostra). “O Mundo” pubblicò in prima pagina la foto della squadra brasiliana sovrastata dal titolo «Estes são os campeões do mundo» (questi sono i campioni del mondo). Si aggiunga inoltre per quella speciale occasione venne inaugurato il gioiello del Maracanã, uno stadio gargantuesco, simbolo della forza sportiva e del potere assoluto di una nazionale che primeggiava ormai da anni contro qualsiasi avversario che le si parasse davanti.

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Come da copione, il Mondiale si aprì sotto i migliori auspici per il Brasile. Eliminate subito l’Italia campione in carica e la temibile Inghilterra, nel girone finale le avversarie della Seleção  risultarono essere la Svezia, la Spagna e l’Uruguay, per altro qualificatosi in modo alquanto fortunoso, dato il ritiro della Francia. La squadra di casa, invece, esordì al Maracanã, dove travolse la Svezia per 7-1, per poi riservare lo stesso destino anche alla Spagna (6-1).

Il Brasile, a punteggio pieno, forte di una nazione intera che gridava e spingeva verso la vittoria (in due partite al Maracanã si registrò la spaventosa media spettatori di 145.000 persone) si ritrovava come sparring partner un Uruguay che pareva non poter far nulla per evitare una sconfitta apparentemente inesorabile. I brasiliani affrontarono così la vigilia con grande giubilo, come se la Seleção avesse già vinto. Per le vie del paese giravano ovunque caroselli di tifosi festanti, mentre il mattino del 16 per le strade di Rio de Janeiro fu pure improvvisato un carnevale. Furono vendute oltre 500.000 magliette con la scritta “Brasil campeão 1950“.

Il giorno della partita, le pareti esterne del Maracanã  furono tappezzate con cartelloni recanti la scritta “Homenagem aos campeões do mundo” (Omaggio ai campioni del mondo). Lo stadio era esaurito in ogni ordine di posto: gli spettatori paganti risultarono ufficialmente 173.850, quelli presenti 199.854, ancora oggi un record di presenze per una partita che è rimasto imbattuto.

A questo punto avvenne l’inimmaginabile. L’impossibile. Il Brasile dopo essersi portato in vantaggio al secondo minuto del secondo tempo con il gol del centrocampista Friaça, subì la rimonta dell’Uruguay con il gol di Schiaffino e infine subì l’immensa onta della sconfitta con il gol di Ghiggia, che fissò definitivamente il risultato sul 1-2 per l’Uruguay.

Il delirio più totale si abbattè su una nazione intera. La delusione fu talmente forte, che allo stadio il clima era surreale. Regnava il silenzio, l’inno nazionale della nazione vincente non venne eseguito dalla banda e i giocatori dell’Uruguay furono costretti a lasciare in fretta e furia lo stadio e la nazione per problemi di ordine pubblico, dopo una premiazione frettolosa e neanche del tutto conclusa. Anche gli uruguaiani, nonostante la soddisfazione per la vittoria, furono colpiti dal dramma dei brasiliani. In un’intervista, Juan Alberto Schiaffino affermò come, al fischio finale, fu colto anche da compassione per gli sconfitti:

«Lasciammo l’angustia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, versando lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. Ad un certo punto, provai pena per quello che stava accadendo».

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Alcune fonti parlano di dieci tifosi verde-oro colpiti da infarto e morti dentro allo stadio, oltre ad altri due che si suicidarono lanciandosi dagli spalti. Molte persone in tutto il Paese, chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo gran parte dei propri averi sulla vittoria della Seleção, si tolsero la vita: alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il paese. La stampa brasiliana il giorno successivo alla tremenda sconfitta, uscì in con titoli emblematici, incredibilmente descrittivi di una nazione in stato confusionale e di lutto profondo “Nossa Hiroshima” (La nostra Hiroshima) – e “A pior tragédia na história do Brasil” (La peggiore tragedia nella storia del Brasile). Eloquente fu anche la descrizione che lo scrittore brasiliano José Lins do Rego pubblicò il 18 luglio sul popolare quotidiano sportivo “O Jornal dos sports”:

«Ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, lasciare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. Ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. Questo mi ha fatto male al cuore. Tutte le emozioni dei minuti iniziali della partita si sono ridotte a cenere di un fuoco spento».

La tragedia dei Mondiali di calcio Brasile 1950 ultima modifica: 2014-06-18T19:44:51+00:00 da Marco Piva