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Il favoloso mondo di Paula Bonet, illustratrice spagnola che ha recentemente pubblicato il volume “The End”, dedicato agli “arrivati tardi”. Ci racconta di lei, della sua storia artistica e dello stile dei suoi caratteristici autoritratti, Walter Larteri.

 

Mi sono appassionato alla sua semplicità, alla chiarezza di quei visi in un costante stato di stupore o innamoramento.

Immaginare Paula Bonet (Vila-Real, 1980) è come ripercorrere una pellicola di Wes Anderson, o magari una favola della Disney, o ancora una piccola Amélie armata di pastelli e pennelli, costantemente rivolta su quella parete che ben presto racconterà qualcuna delle sue storie.

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Esatto, vuole raccontare delle storie. Questo è ben chiaro già dal titolo del suo primo lavoro, Llegeix-me (Leggimi), ma ancora di più con la sua più recente pubblicazione The End, dedicata agli arrivati tardi, senza preavviso, a persone dimenticate, dedicato alla nostra generazione che vive agganciata a schermi con la speranza che qualcuno decida il momento in cui si può parlare e ancora con quella di svegliarsi una mattina e iniziare una nuova storia.

A sfogliare queste pagine non diventa perciò strano il voler raccontare, o meglio immaginare, la sua ancora breve carriera come una favola; cresciuta nell’atelier della nonna, già da bambina, tra pastelli e macchine da cucire, inizia a scoprire la passione per l’arte; e a chiederle se sapesse di volere essere un giorno un illustratrice, probabilmente risponderebbe di no, sebbene immaginasse che avrebbe fatto un lavoro in cui le mani e la fantasia avrebbero avuto una grande importanza.

Il carattere impulsivo si percepisce da quei disegni per i quali è portata a scegliere tecniche di realizzazione veloce come la penna, l’acquerello e l’inchiostro ottenendo un risultato altrettanto rapido e diretto come la velocità che ha distinto il modo in cui tutto il suo lavoro si è diffuso su internet a macchia d’olio.

La fotografia assume un ruolo fondamentale laddove il ritratto e l’autoritratto diventano caratteri costitutivi di tutta la sua produzione. Racconta come quando viveva da sola era più semplice fotografare se stessa, motivo per cui, a scorrere i suoi moltissimi disegni, compare e ricompare in un gioco di sguardi, espressioni e guance rosse; inoltre l’autoritratto ha permesso di non stare troppo attenti al risultato finale, in quanto sicuramente è difficile che urti la propria autostima.

Se a 14 anni dipingeva a olio, quando iniziò a disegnare il suo lavoro si riduceva alla singola linea nera. Oggi guardando i suoi disegni si percepisce come quelle guance siano un eredità di quel primo periodo in cui aveva bisogno di qualcosa, una sorta di grido di colore in mezzo a tutto quel nero.

Non so se può essere considerata una favola, ma provate a scorrere i suoi disegni; guardate quei volti così infantili, ingenui, guardate quelle guance rosse.

È così che il rosso è apparso in mezzo alla mia faccia.

[Walter Larteri]

Paula Bonet. È così che il rosso è apparso in mezzo alla mia faccia ultima modifica: 2014-07-29T22:54:03+00:00 da YURY