Anziani 2.0: fermiamoli! Prima che diventino come noi. La tecnologia è molto democratica. Anzi, va proprio con tutti. Quando i nativi digitali rivendicano il proprio diritto a essere l’unica generazione rincoglionita dagli schermi luminosi.

 

Diamine che bei tempi. Era il 1954. Gli italiani del dopoguerra si riunivano per la prima volta per assistere allo spettacolo della televisione. Telegiornali, programmi pedagogici, i primi quiz, il Carosello. La radio sa ancora troppo di guerra. Nessuno, a parte qualche luminare della Scuola di Francoforte, poteva immaginare con quale rapidità un essere umano, che come tale necessita della giusta miscela di azoto e ossigeno e di poco altro, sarebbe diventato assolutamente dipendente dalla connessione wi-fi.

2014. Oggi i bambini nascono prima come profilo Facebook, poi iniziano la ricerca di un impiego su Linkedin e solo successivamente tentano di uscire dal grembo materno. Sono i digital natives, quelli venuti al mondo nella società dell’Internet, connessi h24. E che giocando sin dall’asilo a nascondino con l’aiuto di Google Earth e Street View, crescono facendo delle nuove tecnologie un’appendice indispensabile del proprio corpo. Il 4G ce l’hanno nel sangue. Anzi nel DNA.

Ma gli over50? Come se la passano in questo distopico “Mondo Nuovo“? Alcuni di loro hanno forse abusato un po’ troppo della compagnia della tv, quando, nei ridenti 60s, hanno inconsciamente interiorizzato il concetto di “Non è mai troppo tardi”, trasmissione della Rai degli inizi, con la quale gli allora numerosissimi analfabeti, imparavano a leggere e scrivere. Oggi, invece, dopo una prima fase di totale rifiuto, di accesa critica e sonore lavate di capo a figli e nipoti completamente assorti nel mondo virtuale durante il pranzo di Natale, ecco che, pure loro, hanno deciso di adeguarsi ai tempi che corrono. Senza mai chiedersi quale ne sia l’effettiva utilità, hanno subito comprato iPhone e tablet, oggetti ancora misteriosi, ma sicuramente in grado di togliere dalla carta d’identità qualche primavera.

Risultato? Dopo un breve periodo di ambientamento, ci sono letteralmente a bagno. Conseguenze? Montagne di vestiti da stirare. Animali domestici che iniziano a urinare nelle bottiglie. Figli che rimangono ore fuori da scuola in attesa del parente deputato a riportarli a casa. Perché sanno giocare a Ruzzle, ma rispondere alle chiamate è già più impegnativo. Sorge però un problema: i cinquanta-sessantenni d’oggi non hanno la mentalità dinamica e multitasking dei giovinastri d’oggi. Pensate che addirittura hanno trascorso l’intera vita in uno stesso e sicuro posto di lavoro e che lo conserveranno fino alla pensione. Lavoro, pensione, sicuro: parole che anche lo Zingarelli sta pensando di rimuovere dalle proprie pagine, per non illudere nessuno. Fino a pochi anni fa, i “nativi analogici” lustravano gelosamente i propri vinili e quando, raramente, adoperavano un walkman, lo chiamavano rigorosamente “mangianastri”.

E voi che quasi vi sentivate in colpa perché, mentre vostro nonno – uomo d’altri tempi – intagliava ancora il legno e pascolava le vacche, cercavate di battere il record di Tetris sul GameBoy o sfidavate acerrimi rivali a Street Fighter in una vicina sala giochi, ora vi sentite spaesati, disorientati e addirittura violati  nello scorgere sul profilo Facebook che vostra madre vi ha taggato in un post. Ma come? Loro non sono quelli che dovrebbero restare ancorati alla realtà? La verità è che la realtà è questa, signori miei… e può migliorare solo sbloccando nuovi livelli di Candy Crush.

Se tua madre ti tagga ultima modifica: 2014-03-04T00:24:43+00:00 da Alessandro Pucci