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Tra il serio e il faceto, ecco cosa abbiamo capito di Suburra, la nuova fatica di Stefano Sollima, regista della serie Gomorra.

E all’improvviso cala il buio. Con le tasche incredibilmente pesanti, come non succedeva da tempo immemore in una sala cinematografica (grazie Cinemadays), l’ambiente intorno a me precipita nel buio per catapultare me (e chi in sala con me) in Suburra.

Ma io non credo nel buio: amo il colore, la vita, la musica allegra. Per carità, nulla da togliere agli M83, davvero molto molto bravi, ma vogliamo mettere con la musicalità e l’amore che traspira da ogni poro delle canzoni di Matteo Branciamore aka Marco? Così, incredibilmente positivo sempre, mi sono seduto e ho osservato, in attesa dell’illuminazione. E lì ho capito: i Cesaroni sono mafiosi.

Puoi togliere il ragazzo dal ghetto ma non il ghetto dal ragazzo, diceva Ibrahimovic nella sua biografia parafrasando qualcun altro di certo molto meno importante di lui. Beh, allo stesso modo puoi togliere un mafioso dai Cesaroni, ma non puoi certo togliere i Cesaroni dalla mafia. L’illuminazione è arrivata quasi a metà film, quando, da bravo cittadino della Garbatella, Giulio, aka Claudio Amendola, che per l’occasione ha scelto l’altisonante nome de “Il Samurai”, nonostante sia un importante boss mafioso, arriva in scooterone. Con una sorta di T-Max opaco nero (che è il booster 2.0 per rimanere nelle citazioni filosofiche e passare da Ibra ai Club Dogo). E lì sì, ho capito.

Giulio è sempre stato un mafioso, ma uno di quelli vecchio stampo, un criminale “semplice”, un criminale “acqua e sapone”, ma pur sempre un criminale. Chissà cosa si nasconde dietro la bottiglieria, chissà che bottiglie vendono in realtà i nostri Cesaroni. D’altronde Ezio e Augusto sembrano un po’ Gaspare e Orazio, con Giulio (il samurai) pronto a fare Crudelia Demon, anch’ella brizzolata come il nostro, con l’ambizione di fare una pelliccia di laziali. E così tutto prende forma, tutto acquisisce un senso: ecco il perché dei Cesaroni, ecco chi erano veramente. Grazie Sollima per averci aperto gli occhi.

(Tommaso Naccari)

Suburra, la caduta dell’impero romano moderno

Ora, se con la morte nel cuore accantoniamo solo per un attimo il contributo di Claudione, possiamo chiarire definitivamente una cosa: Suburra è cinema di serie A, un thriller che non annoia mai, un film necessario che porta una palese denuncia sociale senza perdere la leggerezza d’intenti di chi vuole prima di tutto intrattenere.

Racconta la caduta dell’impero romano dei giorni nostri, quello di mafia capitale, attraverso un realismo di genere che il regista Stefano Sollima porta avanti dalla serie Romanzo criminale, passando dal suo esordio nel lungometraggio A.c.a.b fino alll’acclamata Gomorra – La serie. Ciò che piace di Sollima è la sua abilità nel raccontare i propri personaggi senza alcun filtro di giudizio. Questo perché “il pubblico è molto più evoluto della logica buono vs cattivo”, e non gli va tolto il piacere di tracciare da solo i confini morali di ciò che accade. Insomma, i buoni servono forse nella realtà, non nella fiction.

Suburra si svolge in una Roma dove piove sempre (sembra Blade Runner), e copre l’arco di sette giorni, mostrando gli spaventosi intrecci del triangolo Vaticano-politica-strada. Universi solo apparentemente distanti, ma che sono invece un unico organismo, gestito dagli esseri umani più cancerogeni del nostro paese.

A proposito del nostro paese. Se c’è una cosa realmente inquietante che il film trasmette con forza è come siano scomparsi i confini tra crimine e certi ambiti finanziari e politici, permeati da una violenza quasi sempre gratuita, senza quegli ideali, quei sogni che appartenevano ancora al mondo di Romanzo criminale.

 

Cosa non va in tutto questo? Il problema non è che si faccia un film come Suburra. Stiamo parlando del miglior intrattenimento cinematografico italiano degli ultimi 20 anni e dei fatti criminali tra i più scandalosi mai narrati. La letteratura prima, nel libro omonimo di Bonini e De Cataldo, e il cinema poi, dovevano parlarne.

Ma non è che forse questo genere di storie rischia di fagocitare troppe attenzioni, oscurando tutto “l’altro cinema” che produciamo? Quando ho visto il trailer di Suburra, non vedevo l’ora che uscisse. E sono già qua che mi frego le mani per il ritorno di Ciro e Don Pietro Savastano. Se da un lato è una gioia poter essere orgogliosi di opere come Gomorra – La serie (esportato in 143 paesi) e Suburra, l’altra faccia della medaglia è la tendenza a identificare il cinema italiano solo con queste cose.

Ci sono decine di film nostrani di qualità che non ottengono neanche un decimo dell’attenzione di Suburra. Questi prodotti, che spesso fanno il giro dei festival europei (vedi Short Skin di Duccio Chiarini), sono costretti a basarsi quasi esclusivamente sul passaparola, e finiscono per raggiungere solo il pubblico di nicchia, che andrebbe comunque a vederli. Un esempio che ha coinvolto YURY direttamente: a Locarno, quest’estate, il film di Pietro Marcello, Bella e perduta, ha commosso tutti, pubblico e stampa, riflettendo sul nostro paese e riuscendo allo stesso tempo a essere originale e soprattutto a toccare corde universali. Uno strumento di denuncia che è anche una tenerissima fiaba, potenzialmente in grado di fare breccia nel cuore di tutti, italiani, inglesi, francesi, spagnoli, lapponi e lituani. Ma alla fine lo abbiamo beccato lì, in una saletta svizzera a metà agosto, e chi s’è visto s’è visto.

Lunga vita a Stefano Sollima e Claudio Amendola, devono essere il veicolo per diffondere la credenza che qua si fa ancora grande cinema, anche molto diverso da Suburra.

Suburra dimostra che a Roma sono tutti mafiosi, anche i Cesaroni ultima modifica: 2015-10-17T16:41:14+00:00 da Alessio Rocco