Qual è il film più “estremo” che abbiate mai visto? Quanto in là vi siete spinti nell’onirico mondo dell’incubo? Marco Piva, per la rubrica “L’angolo del disagio”, vi accompagna a fare la conoscenza del perverso Takashi Miike e del suo capolavoro del 1999, Audition.

 

Nel corso degli anni, ampliando la mia personale filmografia, è cresciuta in me l’idea che da quasi ogni generazione fuoriescano menti elette (e distorte) in grado di partorire pellicole degne del più malato degli ospedali psichiatrici. Gli esempi sono innumerevoli, penso a David Lynch (Elephant man, Eresehead, Lost Highways), a Michael Haneke (Funny Games, La pianista, Amour) a David Cronemberg (Brood-covata malefica, La mosca, Il pasto nudo, Videodrome) e la lista potrebbe essere ancor più lunga.

Miike tarantino

La risposta della nostra generazione a questi vecchi guerrieri del sogno, maestri dell’onirico e illustratori della malattia mentale, risponde al nome di Takashi Miike. YURY Magazine vi ha già accennato la storia del maestro nipponico idolatrato da Q.T (sì, quel “QT” che noi tutti amiamo tanto) e, se avete letto la recensione di Ichi the killer, avrete notato che le espressioni più ricorrenti nell’articolo sono: “onirico”, “violento”, “perversione” e, probabilmente, anche “malattia mentale”.

Se considerate che Ichi è una delle pellicole più commerciali e “accessibili” di Miike (pensate però a come declinare l’accezione di “commerciale” in relazione a un film del genere), avrete un quadro più che chiaro di cosa si possa celare dietro questo volto inespressivo e forse un po’ inquietante.

Miike è un uomo (anche se nutro il sospetto che sia una qualche sorta di demonio), o meglio un regista di abilità straordinaria, che si diverte incredibilmente a scalpellare la calotta cranica dello spettatore, per poi sorridere sornione osservandone il contenuto e pensando a come potrà pasticciare con la materia grigia di chi sta guardando il suo film. Tutti gli ideali di ciò che è giusto o sbagliato, la concezione della vita e dell’amore e qualsiasi altro tabù sociale che abbiamo dentro di noi vengono polverizzati dalla grottesca visione del mondo di questo diavolo proveniente dalla prefettura di Ōsaka.

Se volete inabissarvi nel folle mondo di questo terrorista del pensiero e fare la sua conoscenza, un ottimo modo per approcciare il cinema di Miike può essere vedere Audition (オーディション),  film uscito in sala nel 1999 e che ha definitivamente consacrato la fama del regista nipponico.

La storia è quella di un uomo di mezza età, Shigeharu Aoyama, rimasto vedovo dopo la morte della moglie. Il figlio Shigeiko, anni dopo la perdita della madre, spinge il papà all’idea di risposarsi. Shigeharu, in risposta alle pressioni del figlio, decide di accettare la proposta di un amico produttore cinematografico che gli consiglia di organizzare un casting per uno sceneggiato televisivo, con lo scopo reale di trovare una nuova consorte. Inizialmente l’uomo ha repulsione per un’idea del genere ma, spinto da una solitudine quasi patologica e solleticato dall’ipotesi di trovare una bella e giovane sposa, si convincerà a fare l’audizione che dà il titolo al film. A questo punto entra in gioco il personaggio di Asami: dolce, perfetta e giovane ex ballerina di danza classica che farà  battere il cuore (in tutti i modi possibili) al povero Shigeharu.

E poooooiii… e poi Miike vi prende, vi lega per bene alla sedia e inizia a scalpellare.

Audition_56

Un film dai tempi un po’ dilatati (volgarmente, a tratti lo si può percepire un po’ lento), come spesso capita quando si affrontano pellicole made in Asia. Tuttavia, il ritmo a tratti blando non gli impedisce di mantenere mordente e un fascino ipnotico e inquietante che vi terrà incatenati alla poltrona.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, osservando la pregevole fattura delle riprese e degli effetti sonori o ragionando sulla sceneggiatura, l’unica cosa da fare è inchinarsi davanti alla figura di questo genio che, film dopo film, ho imparato a chiamare “maestro”.

I temi più ricorrenti della filmografia di Miike come la “violenza che chiama violenza”, il conflitto tra perversioni/amore/malattia mentale, il confine sottile tra realtà/sogno/incubo o la vecchia cara tematica del “male assoluto”, il male in quanto male (immotivato o con solide radici) sono perfettamente espletati in Audition con una maestria tecnica invidiabile.

Ricordatevi che se deciderete di lanciarvi alla scoperta di questo genio del male, il vostro viaggio sarà costellato di tutto ciò che è più sgradevole a questo mondo. Il cinema di Miike è scorretto, crudo nelle immaginiviolento (in tutti i modi possibili) nei confronti dello spettatore e di conseguenza poco adatto ai più impressionabili o a moralisti della prima ora.

Mi rendo conto che una domanda che si potrebbe sollevare a questo punto della vostra lettura potrebbe essere: “cosa mi dovrebbe spingere alla visione di un film del genere?”. La risposta più semplice e spontanea è: “Il fascino del Male, nella sua accezione più assoluta e brutale, impresso su pellicola con la prosa di un poeta e la mano di un pittore”.

Vi ho presentato Takashi Miike e il suo Audition, ora sta a voi fare la loro conoscenza. Se ne avete il fegato.

P.s: sconsiglio la visione di trailer o la lettura di trame più approfondite che vi spoilererebbero il film rovinandovene la visione. Il film completo è disponibile su YouTube.

Curiosità da Wikipedia: 

Durante la proiezione del film al Rotterdam Film Festival del 2000, una donna si avvicinò a Takashi Miike e gridò: «You’re evil!» («Lei è malvagio!»). Il regista dichiarò in seguito: «In qualche modo ho trovato piacevole essere etichettato in quel modo». Inoltre, durante la proiezione del film all’Irish Film Institute, a Dublino, alcuni spettatori erano in visibile stato di shock e uno di essi è anche svenuto.

Marilyn Manson chiese a Takashi Miike di girare un remake statunitense del suo film e di dargli una parte come attore. Manson precisò che voleva il regista per un film, non per un videoclip: «il suo stile è un po’ troppo estremo per un mio video», asserì il cantante. Miike dichiarò: «Per me fu un vero shock sentire che ero “troppo estremo” per Marilyn Manson». 

 

Takashi Miike’s Audition. Il genio del male ultima modifica: 2014-05-30T19:56:18+00:00 da Marco Piva