Sir Bob Cornelius Rifo fa parlare di sé da più di sei anni sia per le sue abilità di marketing promozionale che per la sua competenza musicale. L’ultima volta lo abbiamo visto al Festival di Sanremo, ma Bob continua a girare i palchi di tutto il mondo. Pump up the volume e scoprite l’elettronica nostrana su YURY Magazine, attraverso le parole di Gabriele Sanna.

 

Simone “Bob” Cogo nasce nel 1977 a Bassano Del Grappa, in provincia di Vicenza. partendo proprio da quella piccola città, Bob riuscirà a portare la sua creatura musicale, i Bloody Beetroots, ai vertici della musica internazionale. Nato come semplice dj, suona oggi nei grandi festival musicali e si è trasferito in pianta stabile a Los Angeles.

Con la sua electro pesantemente influenzata da punk, new wave e metal, si è circondato di fan, amici e collaboratori, nonché accaniti detrattori che lo accusano di essere semplicemente un‘abile figura del marketing musicale.

Dipinto di Andrea Chiappino - Accademia delle Belle Arti di Genova

Dipinto di Andrea Chiappino – Accademia delle Belle Arti di Genova

 

Rifo ha iniziato la sua carriera in giovanissima età, studiando prettamente musica classica, nella speranza dei genitori che superasse la timidezza da cui era afflitto e si concentrasse sullo studio del pianoforte. Il fatto che ancora oggi suoni con una maschera la dice lunga sul fatto che forse non ha mai superato questo sua debolezza.

Crescendo e interessandosi ad altri generi – in particolar modo al punk – decide di studiare pressoché qualsiasi altro strumento musicale esistente: Bob è un eccezionale polistrumentista, quasi un Trent Reznor nostrano. Insomma, questa non è esattamente la formazione che hanno molti dj di fama internazionale (…qualcuno ha detto David Guetta?!). Oltre alla musica, Bob coltiva anche altre passioni, tra cui il cinema, la fotografia e la bodyart.

Tra le svariate collaborazioni musicali, ricordiamo quella con il famoso dj giappo-statunitense, Steve Aoki, che con il singolo WARP 1.9, ha fatto la fortuna iniziale dell’artista veneto.

Un’altra vera e propria star che arricchisce la lunga lista di collaborazioni è Tommy Lee, sregolato e superdotato batterista dei Motley Crue, ossia la sessodipendente e animalesca band della scena glam anni ’80 americana. Tommy è alla drum machine di ”Raw” ed è stato la special guest vergognosamente ignorata da cameraman e conduttori a Sanremo 2014: era infatti  alla batteria sul parco dell’Ariston con Bob e il jazzista italiano Raphael Gualazzi, nell’esecuzione di una cover di “Nel blu dipinto di blu”. Insomma, un po’ come portare Charles Manson al ballo delle debuttanti.

Altro mostro sacro della batteria è Igor Cavalera, ex batterista dello storico gruppo thrash-death metal brasiliano Sepultura, che ha raggiunto i Bloody Beetroots sul palco della loro recente performance al Loolapalloza di San Paolo.

Amico, fan e voce nel brano Church Of Noise è Dennys Lyxzèn, cantante della band hardcore punk svedese Refused, vero e proprio gruppo di culto underground: l’album The Shape Of Punk To Come è al 13esimo posto della classifica sui 50 album più influenti della storia secondo la rivista inglese Kerrang. Dennys è inoltre il co-fondatore insieme a Bob del movimento culturale che porta il medesimo nome della canzone.

Un altro Sir che ha collaborato con Bob è Paul McCartney, storico bassista dei Beatles, che compare alla voce e al basso di ”Out Of Sight. Questo è uno dei più grandi meriti di Bob Rifo, ossia l’aver saputo collaborare e mettere musicalmente a proprio agio artisti di scene e generi diversi con canzoni dall’indubbio valoreHa saputo infatti creare un filo conduttore tra epoche musicali, legando assieme un pubblico variopinto.

Ho visto i Bloody Beetroots in concerto svariate volte e ricordo che in una loro data milanese si formò un enorme wall of death, una delle tante forme dei moshpit, in cui il pubblico si divide in due schieramenti per poi scontrarsi tra di loro. Vidi abbracciate tre figure abbastanze diverse: il classico metallaro con maglietta degli Slayer, il prototipo di hipster con una maglietta dei Kooks e il generico tamarro da discoteca. Sudati, sfatti, ma felici. Tutti e tre insieme.

Per il sottoscritto, la musica non ha molti fini, se non quello di farci ridere, piangere, incazzare e sfogare. Ma uno dei più grandi risultati è quello di unire gli essere umani. In un mondo sempre più suddiviso in categorie, è bello poter vedere che esiste qualcosa che può ancora accomunare persone così diverse, rendendole amiche anche per soli cinque minuti. Ed è qui che sta la genialità della musica. Per questo motivo, non smetterò mai di ringraziare abbastanza Sir Bob Cornelius Rifo e la sua musica.

Gabriele Sanna

The Bloody Beetroots: musica che spacca ma unisce ultima modifica: 2014-05-16T21:40:34+00:00 da YURY